Joshua Jackson: «Il successo? È come vincere al poker»

Da bravo ragazzo sempre pronto al sorriso, è l’idolo delle teenager per il ruolo di Pacey Witter, protagonista di «Dawson’s Creek», la serie tv che lo ha reso celebre prima in Usa e poi nel mondo e grazie alla quale è entrato nella classifica dei ventenni più belli del globo, stilata dalla rivista americana «Teen People». Joshua Jackson è ora a Roma, dove gli è stato consegnato il premio Golden Graal per la sua interpretazione in «Vengo a prenderti» di Brad Mirman, regista già noto per aver diretto Madonna in «Body of evidence». Il film, prodotto da Movieweb con un budget di 10 milioni di euro e da oggi distribuito dall’Istituto Luce, vanta un cast prestigioso, con Harvey Keitel e Giancarlo Giannini. «Il personaggio che interpreto, Jeremy, mi è simpatico e antipatico nello stesso tempo — ha detto ieri il giovane attore —. È un ragazzo che sogna di diventare uno scrittore e per questo viene mandato da una casa editrice newyorkese in Toscana per convincere un vecchio e famoso romanziere (Keitel) a tornare a scrivere. Così, il giovane fa amicizia con le figlie dello scrittore e col parroco del paese (Giannini), instaurando con il romanziere un rapporto speciale tra mentore e allievo. Ho avuto molti mentori e ne sono fiero: la mia generazione è più libera e non ha bisogno di ribellarsi come faceva mia madre con i suoi professori. L’unico vip, tra i miei mentori, è Emilio Estevez, l’attore regista che incontrai all’inizio della carriera e che mi aiutò a sentirmi parte integrante del cast del film che stavamo girando. Mi sono ritrovato sul set con lui per «Bobby», pellicola sull’assassinio di Robert Kennedy: è l’ultimo lungometraggio che ho girato insieme ad «Aurora Borealis» con Donald Sutherland e Juliette Lewis. Essere un sex symbol non è facile, ma per ora mi sono sempre tenuto alla larga da ragazze gelose. Paul Newman è tra gli attori che amo di più, ma il più bravo adesso è Javier Bardem, anche se non parla bene l’inglese e non sapere questa lingua è penalizzante per chi vuole recitare oggi. Marlon Brando invece aveva troppi demoni interiori. Il lato oscuro nelle persone si accentua ogni volta che ci si spinge più avanti, verso il rischio: è come una partita a poker e a mano a mano che si cede al gioco si sfalda la propria morale. Fare l’attore in America, in mezzo a 350 milioni di individui, è molto competitivo. Serve il talento, la fortuna, ma soprattutto la divina provvidenza che ti aiuti a conservare il successo. E poi, non ci si può più rivolgere soltanto al proprio paese di provenienza, ma a tutto il mondo. Bisogna imparare ad uscire dalla propria cultura». Sono passati tre anni dalla fine del telefilm che lo ha reso famoso ma Joshua Jackson non è cambiato. Nel frattempo, oltre alle sue partecipazioni in «Urban legend» e in «Cruel Intention», ha recitato un testo di David Mamet nel west-end londinese e ha tentato d’imporsi di nuovo in tv con un serial legale, «Capital Law», che però i produttori hanno bocciato alla prima puntata. Intanto, ama molto la lettura, in particolare Steinbeck e adora la bellezza femminile italiana, che identifica in Monica Bellucci. Dopo aver diretto una puntata del fortunato «Dawson’s Creek», Jackson non esclude che prima o poi passerà dietro alla macchina da presa.